Mamma, da grande voglio fare il Mobility Manager
Il lavoro che hai sempre sognato è lì, davanti ai tuoi occhi. Ma nonostante il tuo perfetto inglese e l’investitura di baronetto, conferita da Sua Maestà in persona, è molto probabile che te lo lascerai sfuggire. Travolto da parole in gergo che, rimescolate e pubblicate sui giornali, formano annunci del tipo «cercasi senior auditor con funzioni di compliance» o «cercasi responsabile tools enterprise decision management».
Se l’invasione di termini inglesi nella lingua di tutti i giorni è diventata ormai un fenomeno socialmente accettato e largamente discusso, il mondo delle offerte lavorative nasconde un codice che travalica l’universo dei dizionari. Come se a tessere le fila di questi messaggi ci fosse un fantomatico “reparto risorse disumane”.
Non sparate sul vetrinista
Annuncio sul giornale. Una nota azienda italiana di abbigliamento è alla ricerca di un visual merchandiser. Cos’è? La definizione più accurata di visual merchandising si trova su Wikipedia: «Insieme di operazioni che collocano il prodotto all’interno del punto di vendita in sintonia con le scelte del format (o strategia commerciale) e che riguardano il sistema espositivo, l’ambientazione, l’illuminazione, la grafica. Più in generale, riguardano l’atmosfera prodotta dagli stimoli sensoriali che il prodotto esposto è in grado di indurre nel cliente per attirarne maggiormente l’attenzione ed aumentare i volumi di vendita». Anche lo Ied (Istituto europeo di design) gli dedica un corso specifico. Ammesso che non si tratti proprio della stessa cosa, viene da chiedersi: cosa faranno i poveri vetrinisti? Il loro posto è a rischio? E i manichini, cosa ne pensano?
Creature mitologiche
È nella figura del Mobility Manager che la lingua italiana grida vendetta. Il decreto ministeriale del 1998 che prevede l’istituzione di questo ruolo lo definisce «responsabile della mobilità aziendale». Ha il compito di «razionalizzare gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti, promuovendo tutti i modi innovativi e alternativi all´utilizzo dell´automobile che servano a decongestionare il traffico e a contenere l´inquinamento atmosferico». In azienda o università i suoi avvisi vengono affissi in bacheca, ma lui è un po’ come “l’agnello vegetale della Tartaria o l’ogopogo. Una creatura mitologica che nessuno ha mai visto.
Pulizie a cinque stelle
Una compagnia alberghiera italiana è alla ricerca di una persona che avrà «la responsabilità di introdurre concetti e standards adeguati al livello dell’albergo in cui sarà inserita, formando il proprio personale e, all’occorrenza, selezionandolo». La denominazione è executive housekeeper, ma il dizionario riesce ad essere, come sempre, più schietto. Executive: chi ha un ruolo di supervisione. Housekeeper: domestica.
Tutto d’un fiato
Un prestigioso gruppo internazionale «leader nel settore gomma e plastica per la produzione e commercializzazione di articoli tecnici destinati ai principali settori dell’ingegneria ricerca un responsabile logistica b.u. manufacturing. Area di competenza: demand planning, order entry, pianificazione e programmazione della produzione, gestione dei magazzini, spedizioni ed acquisti. Si interfaccerà con la Supply Chain Management Europa del gruppo per la elaborazione dei forecast e le modalità di servizio al Distribution Center Europeo». Non è escluso si tratti di un indizio che conduce direttamente al Santo Graal.
Grandi e piccini
La distinzione senior e junior ricorre spesso negli annunci. Di solito abbinata a manager di ogni sorta. Questa volta siamo fortunati e troviamo una grande compagnia assicuratrice alla ricerca di ben «10 Senior & Junior Underwriters». Non si tratta di graffitari affetti da nanismo. Basta tradurre alla lettera e leggere nei dettagli l’annuncio per scoprire che siamo nel campo del brokeraggio. Le figure, infatti, verranno inserite «nelle strutture di direzioni di piccole e medie imprese per lo sviluppo della trattativa con le principali società di brokeraggio».
Piroette linguistiche
Anche le agenzie per il lavoro stanno al gioco. A Milano, in via Albricci, le vetrine delle agenzie di viaggi si alternano a quelle di Vedior, Manpower, Temporary. Tra un’offerta di lavoro per «videogame tester» (sì, pagano per giocare ai videogiochi) e un «cercasi esperto di ricostruzione unghie», campeggia il motto della Vedior: “where people matter”, perché chi si affida a questa agenzia «investe nella flexible specialization». Tra gli annunci più allettanti, in vetrina, spiccano quelli di una pay-tv. La “job description” recita: «attività inbound di assistenza clienti» e «attività di outbound di carattere commerciale verso clienti attivi». La description non ci basta, così entriamo dentro l’agenzia fingendoci interessati. Niente di più semplice: inbound vuol dire ricevere telefonate, outbound fare telefonate.
Ma è giusto così
«Non credo ci sia il rischio di lasciarsi sfuggire il lavoro dei propri sogni – spiega Luisa Adani, consulente per la carriera – I mestieri sono sempre più specifici e hanno un target di riferimento. Spesso si tratta di figure nate nel mondo anglosassone, quindi è normale che abbiano questi nomi». Ma come fa, un ragazzo, a districarsi con tutte queste combinazioni di parole?
«Se fossi in un giovane che cerca lavoro non mi preoccuperei di vedere annunci che non so decodificare. Vuol dire che non mi riguardano. Esistono parole come “sales” che aiutano a identificare un ambito. E poi L’annuncio è già un modo per fare selezione. Altrimenti le aziende raccoglierebbero i curriculum di tutti i giovani laureati».
Il peggio deve ancora arrivare
Di parere opposto Andrea Masini, professore di Linguistica italiana all’Università degli studi di Milano: «È chiaro che una parola come housekeeping è più appetibile del suo corrispettivo italiano». Ma dove nasce utilizzo sfrenato di parole straniere? «È una tendenza che c’è da sempre: dai germanismi nel Medioevo, al francese nell’Ottocento fino all’inglese nei giorni nostri». E lei, cosa ne pensa? «Il compito del linguista non è essere favorevoli o contrari, ma osservare gli sviluppi della lingua. Non sopporto però, certi annnunci di uffici pubblici, gli unici tenuti a mantenere un certo stile. Anzi, ho proposto più volte di creare un ufficio di consulenza linguistica per non permettere che ci siano avvisi firmati dal “mobility manager”».
Secondo lei, si rischia un futuro in cui un bambino dica «Mamma, da grande voglio fare il mobility manager»?. «Ho paura che questo futuro sia già realtà».
Dal numero di aprile di MM
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