L’auto della strage? Facciamone un monumento antimafia
Nell’impasto di lamiere dentro la teca di vetro si riconosce una ruota: un cerchione e un copertone rivolti verso l’alto. È l’unica traccia di quella che una volta era un’auto. Non una qualunque. La Croma che il giorno della strage di Capaci scortava il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. L’auto che, il 23 maggio 1992, si trasformò in una tomba per gli agenti di polizia Antonino Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Le lamiere sono da sempre custodite nell’autocentro della Polizia di Stato a Messina. È difficile vederle. La nostra richiesta di poterle fotografare è stata respinta dal Viminale: «Per tutelare i sentimenti dei familiari delle vittime». Ma fra qualche mese la Croma potrebbe tornare sotto quel tratto di autostrada che collega Palermo all’aeroporto di Punta Raisi, il luogo dell’agguato al giudice eroe.
Contro la scelta di esporre l’auto si scagliarono la vedova Montinaro e Sonia Alfano, figlia di Giuseppe, cronista ammazzato dalla mafia (su ordine dello stesso Gullotti). La polemica investì anche Franco Cassata, allora sostituto procuratore nonché animatore del Corda Fratres. Nel mirino sue presunte frequentazioni con esponenti mafiosi di cui si è occupato anche il Csm. Un procedimento disciplinare poi archiviato, anche se le polemiche si sono riaccese quest’estate con la nomina di Cassata a Procuratore generale della Corte d’appello di Messina.
Tentativi di valorizzare i resti sono stati fatti anche dalla società civile messinese. Nel 2005 Renato Accorinti del movimento “No Ponte” chiese di esporre la teca in una piazza della città. Richiesta analoga lo scorso agosto da Alessandro Russo, un presidente di quartiere. Niente da fare. L’autocentro apre le porte al pubblico soltanto nel giorno dell’anniversario della strage. Lo ha fatto anche il maggio scorso, tra i visitatori c’erano dei poliziotti di Gorizia. «Sono stati loro a darmi l’idea di riportare l’auto a Palermo», confessa Tina Montinaro che si sta già muovendo per presentare la richiesta ufficiale al ministero dell’Interno. Più cauta Maria Falcone, sorella del giudice: «Associo quel ferro vecchio alla morte di Giovanni. Quindi preferisco ricordare tutto quello che c’è stato prima. Ma se può servire da monito allora mi sta bene».
Dal Corriere Magazine di mercoledì 15 ottobre
Su Rosalio un po’ di commenti sul tema
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